Il confronto alla base della crescita

Conoscere certi tipi di persone è una fortuna, esserne amico una benedizione e io mi ritengo fortunato ad essegli amico. Pietro Olianas, nuorese, classe ’63 è il protagonista di oggi. Sarebbe dovuta essere un’intervista come altre ma sinceramente non era possibile.

Pietro mi ha accolto nel suo ufficio dove, appena entri, inizi a respirare la sua passione per il calcio. Abbiamo iniziato la nostra chiacchierata chiedendoci “de novas” come si fa tra vecchi amici e poi i nostri discorsi si sono spostati verso argomentazioni calcistiche.

Il suo habitat naturale è sempre stato quello del calcio giovanile pur con diverse esperienze in quello dei grandi. Ricordiamo tra le altre, le sue esperienze a Ollolai e Posada senza dimenticare quando ha fatto da secondo, alla guida della Nuorese, a un mostro sacro del calcio sardo, ovvero mister Fiori.

Atletico Nuoro, Puri e Forti, Orani invece alcune delle sue tappe nel calcio giovanile dove ha lasciato un’impronta importante a livello calcistico ed educativo. Per diversi anni è stato anche presidente della sezione di Nuoro dell’Associazione Allenatori.

Il calcio è una cosa semplice, siamo noi allenatori a renderlo complicato. Son convinto che la strada da percorrere sia quella di un ritorno ad un calcio fatto di cose semplici, ma fatte bene. Ne abbiamo un esempio con quello che ha fatto Claudio Ranieri, portando il Cagliari in Serie A con un calcio fatto di concretezza, senza fronzoli, che servono a solo a riempire gli occhi della gente.

Hai allenato adulti e bambini, dove ti trovavi meglio?

Il calcio giovanile è un mondo diverso da quello del calcio degli adulti. Per quato riguarda i tecnici c’è chi ha una predisposizione naturale a stare con i bambini e con i giovani e chi no. Chi non ha questa attitudine è meglio che si dedichi alla conduzione di una squadra di adulti. Credo di aver avuto una predisposizione naturale a stare con i bambini e con i giovani in generale. Ho avuto tantissime soddisfazioni anche a livello di risultati sul campo, ma la vittoria più grande credo sia qualla di aver contribuito alla crescita di giovani che poi sono diventati uomini affermati, ciascuno nel proprio settore lavorativo. Certo, qualcuno ha avuto anche una discreta carriera calcistica ma, ti ribadisco, la soddisfazione più grande è quando ti fermano per strada e ti ringraziano ancora per quello che sei stato per loro, ovvero un punto di riferimento importante.

Con gli adulti è un mondo completamente diverso. Devi relazionarti con i calciatori e spesso non tutti hanno quella che deve essere una visione comune, devi essere bravo a far capire l’importanza dell’avere obiettivi di squadra dove l’interesse del singolo non deve prevalere. C’è poi il rapporto con i dirigenti e con l’esterno e bisogna saper andare dritto senza farsi influenzare, senza cambiare il proprio modo di essere per avere compiacimento. Il tecnico deve avere in mente un percorso, deve sapere dove vuole arrivare con il suo lavoro e con quello della squadra.

Quale deve essere il ruolo di un tecnico nell’attività di base?

Il ruolo degli istruttori è fondamentale per la crescita dei bambini, non parlo solo di crescita a livello calcistico. Per i bambini l’istrittore è un punto di riferimento. Servono regole condivise da tecnici, società e famiglie; sono importantissime. L’ideale sarebbe che ci fosse anche condivisione di obiettivi e collaborazione tra le diverse associazioni che operano all’interno di una comunità. Penso a quello che può diventare un problema quando manca il confronto, ovvero stabilire i giorni di attività senza tenere conto di quali attività segue un bambino, come ad esempio il catechismo. E’ controproducente mettere bambini e famiglie nelle condizioni di dover scegliere una delle due perchè si svolgono negli stessi giorni e allo stesso orario. Il confronto e la collaborazione sono fondamentali per quello che è il mio modo di conceppire il calcio giovanile.

Per quanto riguarda l’aspetto più prettamente calcistico ritengo fondamentale che il bambino sia messo nelle condizioni migliori per poter esprimere il proprio potenziale, per crescere. Ogni bambino ha tempi di acquisizione e apprendimento differenti per cui bisogna lavorare con obiettivi a medio e lungo termine.

Si parla tanto di calcio di strada che manca e di bambini diversi rispetto a venti anni fa.

Oggi i bambini vanno a fare un’attività sportiva e spesso mancano o sono carenti nella capacità coordinative che prima si acquisivano con il gioco.Questo perchè i tempi sono cambiati, i bambini non giocano per strada come facevano prima. Ma i bambini restano comunque delle spugne, apprendono velocemente e in modo particolare se l’adulto sa coinvolgerli. Bisogna saper entrare in quello che oggi è il loro mondo. Non è semplice ma bisogna farlo.

Da alcuni anni, pur avendo mote chiamate, hai scelto di non continuare ad allenare. Come vivi il calcio adesso?

Lo vivo sempre molto intensamente, ma in maniera differente. Si può viverlo bene anche una volta che si smette di allenare. Mi piace andare a vedere le partite e cercando di isolarmi dal contesto esterno. Provo una certa soddisfazione quando vedo che una squadra fa le cose per bene. Mi piace dare il mio contributo agli allenatori di oggi, mi piace vedere come lavorano e confrontarmi con loro per una crescita reciproca. Credo che il confronto debba essere la base per la crescita dei tecnici che poi va a influire sul percorso dei giovani calciatori.

Ci salutiamo con la promessa, da parte mia, che lo avrei disturbato più di una volta per avere con lui quel confronto che tanto serve a noi tecnici per la nostra crescita e di conseguenza per far crescere i nostri bambini.

Grazie a Pietro per la sua grande disponibilità.

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